Sotto il cielo grigio e nuvoloso, Anya camminava lungo il sentiero che costeggiava il fiume. Il vento le sferzava il viso, e il freddo della sera le penetrava nelle ossa. Dopo una lunga giornata in ospedale, dove aveva visto sofferenza e dolore, si sentiva vuota, come se il peso del mondo le gravasse sulle spalle. Ogni passo sembrava sempre più difficile da compiere, eppure c’era qualcosa che la spingeva a continuare. Un suono sottile, quasi impercettibile, che arrivava dal buio.
Si fermò, scrutando l’oscurità con il fiato sospeso. Quel pianto, debole ma disperato, non poteva essere ignorato. Anya accese la torcia e la puntò verso il luogo da cui proveniva il suono. I suoi occhi si adattarono rapidamente al buio, e presto scorse una figura rannicchiata sotto un vecchio ponte di cemento. Un bambino.
Con il cuore che batteva forte nel petto, Anya si avvicinò, facendo attenzione a non scivolare sulle rocce bagnate. La piccola figura si trovava tra l’ombra e il fango, nuda e sporca, il corpo tremante dal freddo. I suoi occhi erano completamente opachi, privi di vita, ma il respiro affannoso rivelava che era ancora vivo.
“C’è qualcuno lì?” sussurrò, ma il bambino non reagì. Si avvicinò ancora di più, e senza pensarci due volte, lo sollevò con delicatezza e lo avvolse nel suo cappotto. Il corpo del piccolo era gelido, e Anya sentì un nodo al cuore.
“Sei cieco…” disse a se stessa, tremando per la tenerezza che provava verso quella creatura indifesa. Lo strinse più forte, come se potesse riscaldarlo con il calore del suo corpo.
Sotto il cielo grigio e nuvoloso, Anya camminava lungo il sentiero che costeggiava il fiume. Il vento le sferzava il viso, e il freddo della sera le penetrava nelle ossa. Dopo una lunga giornata in ospedale, dove aveva visto sofferenza e dolore, si sentiva vuota, come se il peso del mondo le gravasse sulle spalle. Ogni passo sembrava sempre più difficile da compiere, eppure c’era qualcosa che la spingeva a continuare. Un suono sottile, quasi impercettibile, che arrivava dal buio.
Si fermò, scrutando l’oscurità con il fiato sospeso. Quel pianto, debole ma disperato, non poteva essere ignorato. Anya accese la torcia e la puntò verso il luogo da cui proveniva il suono. I suoi occhi si adattarono rapidamente al buio, e presto scorse una figura rannicchiata sotto un vecchio ponte di cemento. Un bambino.
Con il cuore che batteva forte nel petto, Anya si avvicinò, facendo attenzione a non scivolare sulle rocce bagnate. La piccola figura si trovava tra l’ombra e il fango, nuda e sporca, il corpo tremante dal freddo. I suoi occhi erano completamente opachi, privi di vita, ma il respiro affannoso rivelava che era ancora vivo.
“C’è qualcuno lì?” sussurrò, ma il bambino non reagì. Si avvicinò ancora di più, e senza pensarci due volte, lo sollevò con delicatezza e lo avvolse nel suo cappotto. Il corpo del piccolo era gelido, e Anya sentì un nodo al cuore.
“Sei cieco…” disse a se stessa, tremando per la tenerezza che provava verso quella creatura indifesa. Lo strinse più forte, come se potesse riscaldarlo con il calore del suo corpo.
Il vigile di zona, Ivan Petrov, arrivò poco dopo, osservando la scena con rassegnazione. Aveva visto molti bambini abbandonati in quel quartiere, ma nessuno come questo.
“Lo porteremo all’orfanotrofio domani,” disse Ivan, annotando velocemente i dettagli. “Siamo troppo tardi per salvarlo. È solo un altro caso.”
“No,” rispose Anya, con una determinazione che non si aspettava nemmeno da sé stessa. “Lo porto a casa con me.” Non riusciva a pensare a un’altra soluzione. Non poteva abbandonarlo, non ora che l’aveva trovato.
Anya lo portò a casa, dove lo lavò con cura, avvolgendolo in un vecchio lenzuolo che sua madre aveva sempre tenuto come scorta per ogni emergenza. Il piccolo mangiò solo pochi bocconi, ma quando Anya lo pose accanto a sé nel letto, il bambino afferrò il suo dito, senza mai lasciarlo. Una calma strana la pervase, mentre sentiva il respiro del bambino addormentarsi lentamente.
Il giorno seguente sua madre, Olga, venne a farle visita. Non appena vide il bambino, il suo volto si fece scuro e preoccupato.
“Anya, cosa stai facendo?” chiese, sussurrando con voce bassa, come se avesse paura che il piccolo li sentisse. “Hai solo vent’anni, senza un marito, senza una stabilità. Non puoi prenderti cura di lui. Non è il tuo bambino.”
Anya, con fermezza, rispose: “Questo è ciò che voglio, mamma. E non cambierò idea.” Non c’era dubbio nella sua voce. Non aveva bisogno di approvazione. Questo bambino le apparteneva ormai.
Olga scosse la testa e si allontanò senza una parola. Ma quella sera, suo padre, Ivan, lasciò un piccolo cavallino di legno fuori dalla porta, un giocattolo che aveva intagliato lui stesso con le sue mani, e mormorò, con una voce bassa: “Domani porto patate e latte.” Quello era il suo modo di dire che, anche se non approvava, supportava la sua decisione.
I primi giorni furono difficili. Il bambino non parlava e mangiava poco. Ogni rumore lo spaventava, e per giorni non fece altro che stringere il dito di Anya con forza, come se avesse paura che tutto potesse svanire. Ma lentamente, dopo una settimana, qualcosa cambiò. Ogni sera, quando Anya cantava una ninna nanna, Petja cominciò a sorridere, timidamente, come se il suono della sua voce fosse l’unica cosa che riuscisse a calmare la paura che ancora gli tremava dentro.
Un giorno, mentre Anya lo pettinava dopo il bagno, il bambino le accarezzò la guancia con una mano piccola e delicata. Con una voce chiara, ma timida, disse: “Mamma.”
Anya si fermò, il cuore che le batteva forte. Non riusciva a credere a quello che aveva appena sentito. Il bambino, che non parlava mai, l’aveva chiamata “mamma”.
Le lacrime scivolarono sul suo viso mentre lo abbracciava. “Petja…” sussurrò. “Mi chiamo Anya, ma puoi chiamarmi mamma, se vuoi.” Sentiva che da quel momento in poi, quel bambino sarebbe stato parte della sua vita per sempre.
La notizia si sparse rapidamente nel quartiere. C’era chi provava compassione per Anya, chi la giudicava, e chi si chiedeva se stesse facendo la cosa giusta. Ma Anya non si preoccupava di quello che gli altri pensavano. Il bambino aveva bisogno di lei, e lei non avrebbe mai voltato le spalle a chi, come lui, era stato abbandonato dal mondo.
I mesi passarono, e Petja continuò a crescere. Imparò a camminare, a mangiare da solo, e persino a fare piccoli lavoretti in casa, come mettere le mollette al bucato. Anya lo guardava crescere con orgoglio, sentendo che, nonostante tutte le difficoltà, era riuscita a costruire qualcosa di bello, qualcosa che nessun altro avrebbe potuto distruggere.
Un giorno, mentre Anya e Petja stavano insieme nella loro casa, il bambino afferrò la sua mano con una forza nuova, sorridendo. “Mamma,” disse di nuovo, ma questa volta con più fiducia.
Anya lo guardò negli occhi, felice, e finalmente si sentì completa. Aveva trovato la sua famiglia, la sua casa, e non avrebbe mai più lasciato che qualcosa li separasse.
“Lo porteremo all’orfanotrofio domani,” disse Ivan, annotando velocemente i dettagli. “Siamo troppo tardi per salvarlo. È solo un altro caso.”
“No,” rispose Anya, con una determinazione che non si aspettava nemmeno da sé stessa. “Lo porto a casa con me.” Non riusciva a pensare a un’altra soluzione. Non poteva abbandonarlo, non ora che l’aveva trovato.
Anya lo portò a casa, dove lo lavò con cura, avvolgendolo in un vecchio lenzuolo che sua madre aveva sempre tenuto come scorta per ogni emergenza. Il piccolo mangiò solo pochi bocconi, ma quando Anya lo pose accanto a sé nel letto, il bambino afferrò il suo dito, senza mai lasciarlo. Una calma strana la pervase, mentre sentiva il respiro del bambino addormentarsi lentamente.
Il giorno seguente sua madre, Olga, venne a farle visita. Non appena vide il bambino, il suo volto si fece scuro e preoccupato.
“Anya, cosa stai facendo?” chiese, sussurrando con voce bassa, come se avesse paura che il piccolo li sentisse. “Hai solo vent’anni, senza un marito, senza una stabilità. Non puoi prenderti cura di lui. Non è il tuo bambino.”
Anya, con fermezza, rispose: “Questo è ciò che voglio, mamma. E non cambierò idea.” Non c’era dubbio nella sua voce. Non aveva bisogno di approvazione. Questo bambino le apparteneva ormai.
Olga scosse la testa e si allontanò senza una parola. Ma quella sera, suo padre, Ivan, lasciò un piccolo cavallino di legno fuori dalla porta, un giocattolo che aveva intagliato lui stesso con le sue mani, e mormorò, con una voce bassa: “Domani porto patate e latte.” Quello era il suo modo di dire che, anche se non approvava, supportava la sua decisione.
I primi giorni furono difficili. Il bambino non parlava e mangiava poco. Ogni rumore lo spaventava, e per giorni non fece altro che stringere il dito di Anya con forza, come se avesse paura che tutto potesse svanire. Ma lentamente, dopo una settimana, qualcosa cambiò. Ogni sera, quando Anya cantava una ninna nanna, Petja cominciò a sorridere, timidamente, come se il suono della sua voce fosse l’unica cosa che riuscisse a calmare la paura che ancora gli tremava dentro.
Un giorno, mentre Anya lo pettinava dopo il bagno, il bambino le accarezzò la guancia con una mano piccola e delicata. Con una voce chiara, ma timida, disse: “Mamma.”
Anya si fermò, il cuore che le batteva forte. Non riusciva a credere a quello che aveva appena sentito. Il bambino, che non parlava mai, l’aveva chiamata “mamma”.
Le lacrime scivolarono sul suo viso mentre lo abbracciava. “Petja…” sussurrò. “Mi chiamo Anya, ma puoi chiamarmi mamma, se vuoi.” Sentiva che da quel momento in poi, quel bambino sarebbe stato parte della sua vita per sempre.
La notizia si sparse rapidamente nel quartiere. C’era chi provava compassione per Anya, chi la giudicava, e chi si chiedeva se stesse facendo la cosa giusta. Ma Anya non si preoccupava di quello che gli altri pensavano. Il bambino aveva bisogno di lei, e lei non avrebbe mai voltato le spalle a chi, come lui, era stato abbandonato dal mondo.
I mesi passarono, e Petja continuò a crescere. Imparò a camminare, a mangiare da solo, e persino a fare piccoli lavoretti in casa, come mettere le mollette al bucato. Anya lo guardava crescere con orgoglio, sentendo che, nonostante tutte le difficoltà, era riuscita a costruire qualcosa di bello, qualcosa che nessun altro avrebbe potuto distruggere.
Un giorno, mentre Anya e Petja stavano insieme nella loro casa, il bambino afferrò la sua mano con una forza nuova, sorridendo. “Mamma,” disse di nuovo, ma questa volta con più fiducia.
Anya lo guardò negli occhi, felice, e finalmente si sentì completa. Aveva trovato la sua famiglia, la sua casa, e non avrebbe mai più lasciato che qualcosa li separasse.