Quando mio padre se n’è andato, avevo solo tre anni. Ma non era mai stato presente nella mia vita. La sua assenza non mi aveva mai fatto sentire un vuoto, o almeno così pensavo. Non avevo memoria di lui, non conoscevo la sua voce, e ogni volta che provavo a chiedere a mia madre, la risposta era sempre la stessa: “Non parliamo di lui, Emma. È andato via e basta.” E basta. Non c’era spazio per domande, per dubbi, solo silenzio.
Mio padre era un fantasma, un nome che mia madre si rifiutava di pronunciare, un capitolo chiuso, seppellito sotto il peso dei suoi silenzi. Crescendo, imparai ad accettarlo, a costruire la mia vita senza mai farmi domande. Mia madre era sempre stata il mio unico riferimento, e per quanto riguarda lui, mi bastava credere alla sua versione dei fatti.
Tutto cambiò quando avevo venticinque anni. Un giorno, mentre ero al lavoro, ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto. Non avevo intenzione di rispondere, ma qualcosa mi spinse a farlo.
“Pronto?” risposi, cercando di non far trasparire la mia irritazione.
“Emma Carlson?” chiese una voce femminile, tremante, quasi timida.
“Sì, chi parla?” La mia voce era più fredda di quanto avessi voluto.
“Mi chiamo Laura. Mi dispiace, non so come dirtelo… ma… tuo padre è morto. È venuto a mancare la settimana scorsa.”
Un silenzio opprimente calò sulla conversazione. Non sapevo cosa dire, non riuscivo a respirare.
“Pensavo che dovessi saperlo,” continuò la voce. “Il funerale è domani.”
Non sapevo cosa rispondere. La gola mi si era chiusa, e mi veniva da piangere, ma non sapevo nemmeno per cosa. Non riuscivo a comprendere cosa significasse per me, dopo tutto quel tempo, la morte di una persona che non avevo mai conosciuto.
“Capisco se non vuoi venire,” disse Laura, “ma… se decidi di farlo, credo che lui lo avrebbe voluto.”
Alla fine, decisi di andarci. Un impulso strano, come se ci fosse una parte di me che desiderava rispondere a un’assenza che avevo sempre ignorato. Il giorno dopo, mi trovai in macchina davanti alla cappella, indecisa se scendere o meno. Alla fine, entrai. Mi sedetti in un angolo, lontana da tutti. Non riconoscevo nessuno, e mi sentivo un’estranea.
Dopo la cerimonia, una donna si avvicinò a me. Era una signora sui cinquant’anni, con il viso segnato dal pianto, ma con una gentilezza che mi colpì immediatamente.
“Emma?” mi chiese, come se mi stesse aspettando. Mi voltai, sorpresa di sentire il mio nome.
“Sono Laura,” disse. “Sono contenta che tu sia venuta.”
Annuii appena, incapace di rispondere. Non sapevo cosa dire, come reagire.
Dopo qualche momento, Laura mi sfiorò il braccio, come se volesse farmi sentire meno sola. “C’è qualcosa che dovresti vedere,” mormorò. “Qualcosa che ti ha lasciato.”
Confusa, la guardai. “Io?”
Frugò nella borsa e tirò fuori una piccola chiave d’argento. “Non ha mai smesso di pensare a te,” disse a bassa voce. “Vuoi venire con me? Andiamo dall’avvocato.”
Non riuscivo a parlare. Mi sentivo come in sogno, ma la chiave nelle mani di Laura mi sembrava così tangibile, così reale. Senza pensarci, la presi.
Poco dopo, ci trovammo in un ufficio legale. L’aria era densa di cuoio e di polvere di libri. Mi sedetti di fronte a un avvocato che sfogliava un fascicolo, e Laura si sedette accanto a me, le mani incrociate sulle ginocchia, con uno sguardo di sostegno.
“L’avvocato inizia,” disse Laura, cercando di darmi coraggio.
“L’ultimo desiderio di Richard Carlson,” iniziò l’avvocato, “è stato che alla figlia Emma venissero consegnati alcuni beni specifici.” Fece una pausa, guardandomi negli occhi. “Lascia alla sua figlia il contenuto di una cassaforte personale, un fondo fiduciario e una lettera scritta di suo pugno.”
Mi sentivo in preda a una tempesta di emozioni. “Mi ha menzionata?” chiesi, tremando. Il cuore mi batteva forte nel petto.
“Sì,” rispose l’avvocato con un cenno del capo. “In modo esplicito e chiaro.”
L’avvocato aprì una scatola nera, serrata da una combinazione. Laura prese la chiave d’argento e la infilò nella toppa, facendo scattare la serratura. Dentro c’erano una serie di documenti: alcuni vecchi, altri più recenti. Il primo che mi porse fu un fascicolo con una lettera scritta da mio padre.
“Questa è la sua lettera,” disse l’avvocato, con un tono che mischiava rispetto e discrezione. “Contiene tutto ciò che ha voluto dirti.”
Aprii la lettera lentamente, sentendo una confusione di emozioni affiorare. Ogni parola che leggevo sembrava appartenere a una vita che non avevo mai conosciuto, ma che ora, in qualche modo, faceva parte di me. Mio padre non se n’era mai andato senza una ragione. Mi aveva lasciato un’eredità di cui non avevo mai sospettato l’esistenza.
“Non è mai troppo tardi per conoscerti,” c’era scritto nella lettera. “Mi dispiace per tutto il tempo che ti ho fatto mancare. Questa è la mia ultima possibilità di correggere i miei errori.”
E ora, grazie a quella chiave, avevo finalmente un pezzo di lui, la verità che avrei sempre cercato.